Caterina Casale è stata un medico di base del nostro territorio, deceduta nel 2017, nel pieno vigore dell'attività professionale. I suoi pazienti le erano legatissimi. Continuò a svolgere la sua professione fino al giorno della morte
E' ricordando tre donne medico che, questa settimana, Peppino De Lorenzo sofferma la sua attenzione.
Negli anni addietro era difficile, veramente difficile, che una donna, diversamente da oggi, decidesse di intraprendere la strada professionale della medicina. Di qui, l'attuale ricordo di Caterina Casale, Agata Intorcia e Serafina Pascarella.
Caterina Casale (nella foto di apertura)
E' stata un medico di base del nostro territorio, deceduta nel 2017, nel pieno vigore dell'attività professionale.
Non ho conosciuto personalmente Caterina, ma, a quanto mi è dato sapere, i suoi pazienti le erano legatissimi.
Un dato, dai più conosciuto, permette, più degli altri, di concepire appieno in che modo la stessa intendesse la professione del medico.
Infatti, tanti suoi pazienti, nei giorni in cui il male che l'aveva colpita non le dava tregua, ancora oggi, riferiscono che lei non intese mai fermarsi.
Riunendo tutte le forze residue, continuò a svolgere la sua professione fino al giorno della morte.
Il suo, nei tempi difficili che attraversiamo, rimane un monito che, senza dubbio, le fa onore.
Nel corso dei terribili mesi della sua malattia, Caterina, lottò, appunto, con tutte le forze, non trascurando i suoi sofferenti.
Non si arrese, infatti, fino all'ultimo anelito di vita.
Nel momento in cui la professione del medico è svolta, da qualsiasi angolazione la si valuti, trovandosi innanzi ad esempi del genere, la speranza non viene mai smarrita.
Il destino che, segnatamente quando si accanisce, è invincibile, Caterina arrivò all'assurdo.
La sua mamma si spense il giorno dopo della figlia.
Grazie, Caterina, per l'esempio che hai lasciato a tutti noi.
Agata Intorcia (nella prima foto in basso)
All'epoca, era una delle poche, se non l'unica, pediatra di sesso femminile nel nostro territorio.
Apparteneva alla famiglia molto nota in città, titolare dello studio fotografico Intorcia e la sorella Gaetana, insegnante di lettere, si distinse sempre per la sua multiforme cultura.
Affidare alle cure della dottoressa Intorcia il proprio bambino costituiva una sicurezza per i genitori.
Avendo avuto contatti con lei, essendo stata sua sorella Gaetana, appunto, mia insegnante al Liceo Scientifico "Rummo", ricordo, ancora oggi, il fascino delle sue parole e la dolcezza della sua vita.
E' un ricordo in cui, improvvisamente, riaffiora un'intima sensazione di nostalgia e di rimpianto.
Schegge di eternità che, anche senza volerlo, si portano e rimangono dentro.
Ci sono persone la cui vita è intimamente legata alla dedizione verso gli altri.
Alcune esistenze dimostrano in che modo impegno, preparazione e professionalità possano fare la differenza.
Ci sono incontri, come capitava con Agata Intorcia, capaci di lasciare un segno indelebile, quasi magico.
Serafina Pascarella (nella seconda foto in basso)
Nel periodo in cui Serafina Pascarella svolse la sua attività di medico di famiglia, in città, era anche lei una delle poche donne medico.
In quegli anni, infatti, il mondo sanitario dei sanitari di famiglia annoverava principalmente uomini e, piano piano, incominciarono a comparire le prime dottoresse.
Con lei ebbe inizio un'era diversa.
Nacque nel 1929 e si laureò in Medicina all'Università di Napoli.
Era figlia di un noto ed apprezzato architetto, insegnante di disegno, che, qui da noi, si impose con le sue mostre ove, di volta in volta, presentava i suoi dipinti, riscuotendo sempre unanime consenso.
E la stessa dottoressa Pascarella non mancò di coltivare questa passione ereditata, appunto, dal padre.
Non fu solo medico e fine pittrice, ma anche una provetta scrittrice descrivendo, con dovizia di particolari, abitudini, storie, leggende e luoghi simbolo della nostra Benevento.
Si ricordano i suoi soggiorni ad Istambul, Gorizia, Mazostica ed, infine, Benevento ove ha sempre svolto la sua professione di medico.
Il suo ambulatorio era sempre affollatissimo, segnatamente, da parte di donne che a lei, fiduciose, si affidavano.
Coltivare i ricordi non significa affatto essere prigionieri del proprio vissuto,ma, al contrario, questa pratica permette di non relegarlo al silenzio.