Giuseppe Pacifico non fu solo un apprezzato pediatra ma fu protagonista anche nelle organizzazioni umanitarie sorte dopo l'ultimo conflitto mondiale che avevano la precipua funzione di assistere gli orfanelli

Giuseppe Pacifico non fu solo un apprezzato pediatra ma fu protagonista anche nelle organizzazioni umanitarie sorte dopo l'ultimo conflitto mondiale che avevano la precipua funzione di assistere gli orfanelli

Questo delicato compito lo portò ad essere, quotidianamente, a contatto di quanti, più degli altri, avevano bisogno di assistenza per le precarie condizioni di vita, ricorda Peppino De Lorenzo

Peppino De Lorenzo, dopo avere ricordato qualche settimana fa, tre noti pediatri che svolsero la professione nel nostro territorio e, precisamente, al "Rummo", Mario Saggese, Dario Recinto e Guido Porfido, oggi, sofferma la sua attenzione su di un altro sanitario che operò nello stesso campo di specializzazione, nello specifico, Giuseppe Pacifico.
"Pacifico (nella foto di apertura) fu noto ed apprezzato pediatra che svolse la professione non solo in privato, ma anche in alcuni enti mutualistici dell'epoca.
Era fratello di Orazio, indimenticato insegnante al "Giannone" ed aveva sposato Lina Garzarella, anche lei operante nel mondo della scuola.
L'attività di Giuseppe Pacifico, però, non si limitò solo a questi ruoli, ma ne rivestì un'altro, senza dubbio il più importante e significativo di tutti. Quello di essere pediatra anche in organizzazioni umanitarie sorte dopo l'ultimo conflitto mondiale che avevano la precipua funzione di assistere gli orfanelli.
Questo delicato compito lo portò ad essere, quotidianamente, a contatto di quanti, più degli altri, avevano bisogno di assistenza per le precarie condizioni di vita.
Giuseppe Pacifico, nel corso della sua professione, dimostrò di non essere legato al danaro ed il più delle volte si asteneva dal chiedere onorari.
Con lui ebbi un rapporto davvero particolare, che, oggi, ricordo molto affettuosamente.
Malgrado medico e la sofferenza umana la incontrasse ogni giorno, in lui, tuttavia, albergava una convinta ed invincibile paura delle malattie.
Il suo cruccio, tra l'altro infondato, era quello che si potesse ammalare da un momento all'altro.
Alla fine degli anni Settanta, nel momento in cui avevo iniziato la professione, abitavamo entrambi in piazza S. Maria ed i due fabbricati che ospitavano le nostre rispettive abitazioni si fronteggiavano.
Per lui, e lo ripeteva spesso, questa condizione costituì un'ancora di salvezza.
Si sentiva tranquillo, era solito confidarmi, quando, a sera, spesso anche tardi, la luce nel mio studio, segnatamente la lampada sulla scrivania, rimaneva accesa a lungo.
A ciò si aggiungeva la certezza per lui di avere una sicura risposta al telefono, sia di giorno che di notte.
Il rapportò proseguì anche quando lui andò a vivere in una nuova e più funzionale abitazione in via Salvemini.
Rimase sempre a me legato ed, oggi, al ricordo, mi avverto la consapevolezza di avergli donato un briciolo di serenità.
Del resto, Giuseppe Pacifico era un uomo buono e meritava lo stesso affetto che lui, a gran copia, riservava, quotidianamente, ai suoi piccoli pazienti".

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