Un uomo di sessant'anni del beneventano ha passato tre anni della sua vita su una sedia a rotelle. Non per una fatalità inevitabile, ma per una protesi infetta
Sul caso dell'uomo di 60 anni, residente in provincia di Benevento che è tornato a camminare dopo essere stato costretto per tre anni a vivere su una sedia a rotelle, interviene Nicoletta Cocco (foto) direttore responsabile "insalutenews.it"
"Caro direttore - scrive - un uomo di sessant’anni del beneventano ha passato tre anni della sua vita su una sedia a rotelle. Non per una fatalità inevitabile, ma per una protesi infetta, un danno che si è aggravato e un sistema che non gli ha offerto in tempo la strada giusta.
Oggi, all'Ospedale Moscati di Avellino, sta muovendo i primi passi. E' giusto dirlo subito: Un risultato straordinario, che rende onore all'équipe guidata da Antonio Medici.
Ma una notizia così non può chiudersi con gli applausi.
Dobbiamo chiederci perché ci siano voluti tre anni.
Lo stesso paziente definisce "un miracolo" ciò che ha ricevuto.
Eppure la sanità pubblica non dovrebbe funzionare per miracoli.
Dovrebbe funzionare per percorsi.
Un'infezione periprotesica grave, con una distruzione ossea di questa entità, è un caso che richiede competenze e tecnologie specifiche, come la ricostruzione tridimensionale su misura e le protesi custom-made.
Se esiste un centro in grado di affrontarlo, ogni paziente nelle sue condizioni dovrebbe arrivarci rapidamente, senza dipendere dal passaparola, dalla perseveranza di un familiare o dal caso fortunato di un incontro con il medico giusto.
Quanti altri, nelle stesse condizioni, restano fermi?
Quanti sono stati convinti che quella sedia a rotelle fosse un destino e non una tappa?
Un cittadino che per anni non trova una risposta adeguata non è semplicemente sfortunato, è il segno di una rete che non comunica, di centri di eccellenza che esistono ma non sono raggiungibili da chi ne ha bisogno.
Non stiamo accusando nessuno senza prove.
Non sappiamo cosa sia accaduto nella struttura in cui la protesi fu impiantata e le infezioni, purtroppo, possono verificarsi anche nelle mani più esperte.
Ma sappiamo ciò che è avvenuto dopo, un percorso di anni, interventi ripetuti, un'autonomia perduta.
Su questo qualcuno deve rispondere.
Quali protocolli prevedono il trasferimento tempestivo dei casi complessi?
Chi decide quando un paziente va indirizzato a un centro di riferimento? Chi controlla che questo accada?
Il diritto alla salute non può dipendere dalla fortuna.
Un paziente non dovrebbe scoprire per caso, dopo anni, che esisteva una soluzione a pochi chilometri da casa.
Dovrebbe essere la rete sanitaria a portarlo lì, senza che debba lottare da solo.
Ci rallegriamo per quest'uomo, e ringraziamo chi lo ha riportato in piedi. Ma pretendiamo che il suo caso diventi una domanda rivolta alle Istituzioni: Perché, in un Paese che vanta eccellenze di livello mondiale, serve ancora un miracolo per camminare?"