Presa di posizione precisa: Non leggere Pacilio "per temi, ma per movimento". Non chiedere cosa dice, ma da dove dice
Rita Pacilio, scrittrice sannita, ha ricevuto un saggio esteso sulla sua poetica da parte del famoso critico letterario Vincenzo Guarracino.
"Questa monografia - si legge - nasce da una resistenza, resistenza alla semplificazione, ma anche resistenza alla tentazione opposta, quella di dissolvere l'opera in un eccesso di teoria, scrive Guarracino.
Tra queste due derive, la riduzione e la dispersione, si è trattato di trovare una postura. Non una sintesi, ma una linea di attraversamento. L'opera di Rita Pacilio non si presenta come una costellazione di testi autonomi, né come una serie di variazioni tematiche.
E', piuttosto, una traiettoria.
Un movimento interno che, libro dopo libro, trasforma la funzione della parola.
Da luogo della ferita a luogo dell'invocazione, dall'invocazione alla fondazione, dalla fondazione alla preghiera.
Non si tratta di una costruzione critica sovrapposta, ma di una dinamica che emerge dall'interno dei testi, riconoscibile solo accettando di leggerli come un insieme.
Questo implica una presa di posizione precisa: Non leggere Pacilio "per temi, ma per movimento".
Non chiedere cosa dice, ma da dove dice. Non cercare un significato da estrarre, ma una tensione da attraversare.
Un altro rischio costante è quello della riduzione autobiografica.
I materiali biografici sono evidenti: il rapporto con la madre, la perdita del padre, la genealogia familiare, il radicamento nella terra del Sud.
Ma leggere questi elementi come semplice materia psicologica significa perdere il punto essenziale.
La scrittura di Rita Pacilio non racconta la ferita, la trasforma.
Non la spiega, la percorre fino a modificarne la natura simbolica. In questo passaggio, emerge una parola chiave: Benedire.
Non come gesto devozionale, ma come atto di solidità (e solidarietà).
Benedire significa, qui, non negare il dolore, ma rifiutare che esso esaurisca il senso dell'esperienza: è un gesto radicale, il "gesto", soprattutto in un contesto contemporaneo che tende a oscillare tra il cinismo e la neutralizzazione del trauma, come dichiara, in maniera definitiva e perentoria nel libro più recente, "La prima parola": "La benedizione è l'interpretazione definitiva della vita sembrano tremare gli affreschi tra il chiaro e scuro: Ci vuole un angolo senza lunaper capire il senso".
La dimensione spirituale, per questo, non può essere trattata come un elemento accessorio.
Pacilio non utilizza il sacro come repertorio simbolico, né lo relativizza per renderlo culturalmente accettabile. Lo assume. E nel farlo si espone. In un tempo che privilegia la distanza ironica, questa esposizione costituisce un rischio reale.
La critica può reagire in due modi: o celebrando ingenuamente questa postura, o marginalizzandola come inattuale.
Questo lavoro sceglie una terza via: prendere sul serio la sua serietà. Ma prendere sul serio un’opera di questo tipo implica una conseguenza: non restarne fuori.
La lettura, così, non è un atto neutro.
E' una forma di coinvolgimento.
Nel corso di questo lavoro, più volte, si è presentata un'alternativa netta: fermarsi all’analisi o lasciarsi interrogare.
Non si è trattato di una scelta metodologica, ma di una necessità.
La presente monografia non pretende di chiudere l'opera di Rita Pacilio in una formula interpretativa definitiva.
Propone, piuttosto, una mappa di tensioni: "orme e profezie" di una possibile linea di lettura, consapevole del fatto che ogni linea lascia fuori qualcosa.
E che proprio in questo resto, in ciò che non si lascia completamente nominare, si gioca la forza dell'opera".