Sulla mia scrivania è stato deposto un campione di terreno intriso con il sangue, le sofferenze ed il sudore di tanti italiani, tra i quali anche molti beneventani

Sulla mia scrivania è stato deposto un campione di terreno intriso con il sangue, le sofferenze ed il sudore di tanti italiani, tra i quali anche molti beneventani

La vicenda inizia sulle banchine della stazione ferroviaria di Benevento, il primo marzo 1941, giorno in cui i due giovani, De Agostini ed Agozzino, chiamati alle armi, partirono per il fronte come volontari, rinunciando all’esonero per motivi di studio, racconta Peppino De Lorenzo di questi incredibili personaggi. Furono entrambi inviati sul fronte balcanico, in Montenegro

E' stata una occasione particolare, del resto imprevista ed inattesa, che, questa domenica, permette a Peppino De Lorenzo di rinverdire la memoria di altre due figure degne di ricordo che hanno dato lustro al nostro territorio.
Si tratta, nello specifico, di Mario De Agostini, indimenticato docente di latino e greco al Liceo Classico "Giannone" e di Piero Agozzino, all'epoca, noto dirigente del Banco di Napoli.
La rievocazione che segue non si fonda sull'attività professionale dei due, bensì si riferisce al contributo da loro offerto nel corso dell'ultimo conflitto mondiale.
"Si è presentato, giorni fa, spontaneamente, nel mio studio, Francesco Agozzino, già noto ai lettori di "Gazzetta di Benevento" per i suoi interventi.
Recava in mano un piccolo contenitore in vetro con un tappo di sughero, contenente una sostanza scura, sabbiosa e me lo ha dato, dicendomi: "Dottore, questo campione di terreno è intriso con il sangue, le sofferenze ed il sudore di tanti italiani, tra i quali anche molti beneventani.
Ho percorso quasi 5.000 km in automobile, tra andata e ritorno per e dal nord Europa, per andarlo a raccogliere. Gliene voglio fare dono!” (nella prima foto in basso, Agozzino che pone il contenitore sulla scrivania di De Lorenzo).
Con voce rotta dall'emozione, mi racconta, poi, una storia, che ascolto in silenzio con molto interesse.
E’ la storia di due giovani beneventani, Mario De Agostini (nella seconda foto in basso, De Agostini, giovane militare) e Piero Agozzino (nella foto di apertura), due studenti universitari.
E' anche la storia di due stazioni ferroviarie, quella della nostra città (nella terza e quarta foto in basso, stazione di Benevento, prima e dopo il conflitto mondiale) e quella situata a più di 2.000 Km di distanza, a Bremerwörde in bassa Sassonia, nel nord della Germania.
La vicenda inizia sulle banchine della stazione ferroviaria di Benevento, il primo marzo 1941, giorno in cui i due giovani, chiamati alle armi, partirono per il fronte come volontari, rinunciando all'esonero per motivi di studio.
In quella lontana giornata d'inizio primavera andarono via con entusiasmo, desiderosi di servire la Patria, ignari di quanto sarebbe in seguito accaduto.
Quando il treno lasciò la stazione della nostra città, mai avrebbero potuto immaginare che quella sarebbe stata l’ultima volta che la vedevano, perlomeno in quella condizione.
Furono, poi, entrambi inviati sul fronte balcanico, in Montenegro, con il grado di ufficiali di Artiglieria.
In seguito venne l’8 settembre del 1943, giorno dell’armistizio di Badoglio.
L'Esercito italiano era allo sbando. I tedeschi, per ritorsione, fecero prigionieri più di 800.000 militari italiani, molti di loro impegnati sul fronte greco e balcanico.
Tra gli sventurati, i due protagonisti di questa storia furono avviati ai campi di concentramento nazisti sparsi in mezza Europa, trasportati su carri bestiame in condizioni inumane, costretti per molti giorni a stare stipati in piedi senza cibo né acqua.
La vita nei campi di prigionia erano a dir poco tragiche, il cibo era scadente ed insufficiente, persino al di sotto della soglia di sussistenza.
Gli italiani erano considerati dei traditori e come tali trattati malissimo, alla stregua dei prigionieri russi.
Per volontà di Hitler, non erano neanche considerati prigionieri di guerra, ma Internati Militari Italiani (Imi) e, quindi, non avevano diritto al supporto e tutela della Croce Rossa, come previsto dalla Convenzione di Ginevra.
Dopo un periodo di permanenza in altri lager, i nostri due giovani ufficiali si incontrarono di nuovo nel famigerato Stalag X B, uno dei più grandi, sito nei pressi del villaggio di Sandbostel in Bassa Sassonia, a circa 60 chilometri ad ovest di Amburgo.
Erano arrivati, su carri bestiame, alla stazione di Bremervörde, distante circa 12 chilometri dallo Stalag X B, tratto di strada da percorrere a piedi tra il dileggio e le violenze della popolazione civile locale e sotto la sorveglianza di militari tedeschi armati, pronti ad eliminare chiunque non ce la facesse a camminare sulle sue gambe.
Già dal primo momento dopo la cattura, furono privati di tutto. Non avevano neanche più un nome. Erano dei numeri.
Rispettivamente il 150634 e il 281414, come inciso sulla piastra di riconoscimento in ferro che portavano al collo.
In ogni campo, furono, ripetutamente e regolarmente, invitati ad aderire, sottoscrivendo un documento, alla Repubblica Sociale Italiana di Salò e continuare il conflitto a supporto dell’esercito tedesco con la promessa di essere liberati e probabilmente tornare a casa.
In 650.000 i nostri soldati ed ufficiali dissero No!, un diniego ripetuto più volte, preferendo subire violenze ed angherie inenarrabili e rischiare di morire di fame e di stenti pur di salvaguardare, in questo modo, il proprio onore e dignità.
Rappresentarono “l’altra resistenza”, passiva e senza armi, riconosciuta pienamente come tale solo negli ultimi 10-15 anni.
Per tornare ai due protagonisti della nostra storia, condivisero la prigionia nello Stalag X B a Sandbostel con altri ufficiali come Giovannino Guareschi, giornalista, scrittore e creatore dei personaggi di don Camillo e Peppone, Gianrico Tedeschi, noto attore di teatro e Alessandro Natta, uomo politico eletto segretario del Pci dopo la scomparsa di Enrico Berlinguer.
Lì subirono di tutto: la fame, il freddo, le epidemie di tifo, i ripetuti appelli in piedi ed al freddo per ore, le violenze quotidiane dei tedeschi, studiate con metodo per fiaccarne la strenua resistenza.
Lo Stalag di Sandbostel era  allora diretto dal capitano delle SS Pinkel, da Amburgo, un uomo brutale, tristemente famoso per la sua beffarda crudeltà nei confronti dei prigionieri, in particolare italiani.
Dopo il periodo, terribile, di detenzione a Sandbostel, i destini dei nostri due giovani si separarono di nuovo: l’uno fu trasferito nel vicino lager satellite di Wietzendorf, altro luogo allucinante, e l’altro nell’orrendo Stalag IX C a Bad Sulza, non lontano da Erfurt.
Furono entrambi liberati dalle truppe alleate a metà aprile del 1945. Pesavano allora meno di 40 kg!
Dopo qualche mese, in piena estate, riuscirono a tornare a Benevento, laceri, scalzi, ma felici di rivedere i loro cari e la loro amata città, dopo più di cinque anni.
Rividero anche la stazione e l'area intorno ad essa, devastata dai bombardamenti alleati.
Dopo la guerra, il compianto Mario De Agostini, latinista e grecista di eccelso livello, è stato apprezzato docente di lingua e letteratura latina e greca al Liceo Classico Giannone.
Piero Agozzino (padre di Francesco), nativo di Agrigento, ma che ha vissuto a Benevento sin dalla sua più tenera età, è stato invece funzionario del Banco di Napoli, sino a ricoprirne il grado dirigenziale di vice direttore di filiale.
E’ scomparso prematuramente, dopo breve malattia, nel 1984.
De Agostini ed Agozzino si chiusero nel silenzio, allo stesso modo di quasi tutti gli Imi sopravvissuti. Più di 50.000 di essi perirono nei lager!
Avevano difficoltà a raccontare le indicibili violenze ed angherie subite, che li avevano minati, per sempre, nel fisico e nella mente.
Epperò, entrambi non hanno mai coltivato pensieri o avuto parole di risentimento nei confronti del popolo tedesco.
Nel giugno del 2025, esattamente dopo 80 anni dalla liberazione dei lager, Francesco Agozzino è andato in compagnia del suo cane e di suo cugino Oscar Rampone a Sandbostel, nel nord della Germania, per visitare la stazione ferroviaria di Bremerwörde e quello che resta dello Stalag X B, anni fa trasformato in un sacrario dalla fondazione tedesca "Memoriale del Lager di Sandbostel".
Di alcuni altri dei tanti beneventani prigionieri in quel lager ci è dato di conoscere soltanto i cognomi: Manna, De Franco, Petrillo, Rosiello, Mazzarella, Santaniello, Cardone.
Hanno sacrificato la loro gioventù per l'amore e la dignità della loro Patria e della loro città.
Nel gennaio del 2023, Piero Agozzino è stato insignito, qui a Benevento, della Medaglia d'Onore della Presidenza del Consiglio per le inenarrabili sofferenze patite nei lager nazisti, mentre è in itinere la pratica per il conferimento della stessa alta onorificenza a Mario De Agostini.
Per volontà delle famiglie, sono state realizzate a mano, da studenti liceali tedeschi di Bremervörde, due formelle in semplice terracotta riportanti i nomi ed il periodo trascorso dai nostri due concittadini nel lager di Sandbostel, dove saranno collocate l'una accanto all'altra in spazi appositi, a perenne ricordo.
Lo scorso 20 settembre, a Padova, proprio nel giorno dedicato dal nostro Paese alla commemorazione degli internati nei lager nazisti, è stata benedetta, insieme a tante altre, una piccola lapide in marmo in ricordo di Piero Agozzino (nella quinta foto in basso), quale internato nello Stalag X B, alla presenza delle autorità militari, civili e religiose e dei rappresentanti locali e nazionali dell'Associazione Nazionale Ex Internati.
Successivamente, le lapidi saranno opportunamente collocate, nella stessa città, nel pronao del Tempio Nazionale dell'Internato Ignoto annesso al Santuario di San Gaetano Thiene.