I nostri sospetti erano fondati ma non avrei mai pensato che fosse proprio Falcon a capo di tutta questa organizzazione fatta da criminali che espiantavano gli organi umani per venderli

I nostri sospetti erano fondati ma non avrei mai pensato che fosse proprio Falcon a capo di tutta questa organizzazione fatta da criminali che espiantavano gli organi umani per venderli

Per anni l'Organizzazione aveva seminato morte e terrore tra una popolazione povera e indifesa, alimentata dall'avidità di uomini senza scrupoli. Ma i suoi membri non avevano fatto i conti con il popolo ramitiano e con la speranza incarnata da Iatros. Guidoni svestito della sua tuta da combattimento fece ritorno all'ambasciata italiana, conclude il romanzo di Luca De Lipsis

                                                                Iatros
                                                  Il dio della coscienza
                                                     di Luca De Lipsis

Breve introduzione
"Iatros il Dio della coscienza" è una storia che si muove tra fantastico e reale, trovando nella prima sfera le soluzioni alle crude problematiche della seconda, alla maniera dei supereroi, il mondo al quale la storia è ispirata.
Il genere è un "medico-fantasy" che abbraccia tematiche oscure e reali come il traffico di organi umani ad opera di un'organizzazione criminale che sfrutta lo stato di estrema povertà del terzo mondo.
Fioravante Guidoni, il protagonista della storia, è un giovane medico napoletano che lavora per un'associazione di volontariato operante in zone disagiate dell’Asia.
Durante la sua missione umanitaria, il medico si troverà a dover affrontare un'organizzazione terroristica dedita al commercio illecito di organi prelevati attraverso l'assassinio di esseri umani.
A causa di una mutazione genetica che subisce durante un incidente accaduto poco prima del suo sequestro, Guidoni acquisisce dei poteri sovrannaturali (come la capacità di narcotizzare e paralizzare i nemici con un semplice contatto) grazie ai quali, con la collaborazione di un popolo indigeno a lui fedele, riuscirà a fermare i malvagi meccanismi dell'organizzazione criminale e ad uccidere i suoi capi.

Capitolo 13
Amit era un uomo ormai.
Aveva studiato nel migliore tra i college del Paese.
Sebbene avesse perso un anno a causa della sua malattia, ripresosi dalla convalescenza, era riuscito a diplomarsi brillantemente.
Il padre aveva idee chiare per lui.
Ora ti trasferirai in America. Ti farò studiare nella più rinomata Università di Medicina e, quando sarai diventato un medico affermato, potrai tornare in patria per esercitare la professione.
Ma papà, disse Amit, io non voglio fare il medico.
A me piacerebbe intraprendere una carriera militare come la tua, per difendere il nostro Paese dai terroristi.
Non è possibile, intervenne il padre deciso, Sebbene tu sia guarito, non sei in grado di sostenere le prove fisiche per la carriera militare ed io non posso aiutarti.
Mi dispiace, figliolo, ma preferisco che tu abbia altre velleità. La carriera militare la lasceremo fare a qualcun altro.
Come dici tu, rispose rassegnato Amit.
In verità, a lui dispiaceva lasciare il Gohar, più che assecondare la volontà del padre.
Era cresciuto a Japur e qui aveva tutte le sue amicizie.
Si era anche fidanzato e l'idea di abbandonare Aisha proprio non gli andava giù.
E poi c’era la madre, alla quale era legato da un amore profondo.
Le era stato sempre vicino, durante la malattia; era l'ultima persona che aveva visto prima di entrare in sala operatoria e la prima che aveva salutato appena risvegliatosi in terapia intensiva.
Sempre presente, sempre seduta accanto a lui a coccolarlo, mentre l’altro genitore era in viaggio per qualche missione.
Forse sarebbe riuscito a convincere Aisha a seguirlo in America, e lei per amore lo avrebbe assecondato. In fondo, le piaceva la vita occidentale. Ma la madre no. Sarebbe rimasta vicino al marito. Fedele al giuramento della moglie di un militare.
Per sempre. Certo, soffrendo per la partenza del figlio, ma con coraggio, senza darlo a vedere.
Stavolta il dolore sarebbe stato maggiore di quello vissuto in ospedale. Lì almeno c’erano molte certezze che lo avrebbe rivisto presto con un cuore nuovo. In America lo avrebbe perso per molto tempo, forse per sempre, se non fosse più tornato.
Ma il comandante aveva già deciso e non si poteva tornare indietro.
La mattina della partenza, i saluti furono contornati da molte emozioni e poche lacrime, contenute a forza.
L’unico conforto per Amit gli proveniva dalla decisione di Aisha di seguirlo nella nuova avventura americana, assieme alla promessa di tornare, che avrebbe fatto di tutto per mantenere nel più breve tempo possibile.
Mamma Akila doveva stare tranquilla. E papà Amol sarebbe stato fiero di lui.
Come lui di suo padre, il grande comandante a capo del Cbn.
Il comandante Amol Falcon guardò l’aereo sollevarsi, fin quando diventò un piccolo puntino perso nell'orizzonte.
Immaginava di vedere il figlio che lo salutava sorridente. Lo vedeva sempre più distante, sempre più incolore, attraverso gli occhi vitrei, espressione di una paura pura, mai provata fino ad allora, per la propria morte imminente.
Quando il comandante si spense, Iatros prese il cellulare riposto nella tasca della tuta e telefonò a Ramit.
Io ho finito il mio compito. Ora tocca voi.
Quando vedrà chi era il capo dell'Organizzazione resterà sbalordito.
Ben fatto, disse Ramit, abbiamo già avvertito il Governo centrale del nostro attacco, tra poco arriveranno uomini sia da terra che dal cielo.
Chiusa la conversazione, Iatros si appostò alla finestra e aspettò gli eventi.
Vide i soldati ramitiani varcare il cancello d'ingresso, sfondandolo con i loro camion, e fare fuoco sui pochi militari dell'Organizzazione che ancora opponevano resistenza.
Dall'edificio principale uscirono altri soldati che iniziarono a sparare contro i veicoli degli incursori ma, dall'alto, spuntarono due elicotteri militari con lo stemma governativo che puntarono le loro armi verso gli assediati.
Urla di disperazione e rumori assordanti di mitra fecero da cornice ad un epilogo sanguinoso.
Dagli elicotteri furono lanciate diverse bombe che centrarono i vari obiettivi del palazzo.
Anche Iatros iniziò a sparare dalla finestra contro il nemico, uccidendo il maggior numero di soldati possibili.
Poi, quando la situazione sembrò stabilizzarsi, dai camion scesero i soldati di Ramit e lo stesso maestro dietro di loro.
Circondarono l'edificio intimando ai sopravvissuti asserragliati all'interno di uscire fuori con le mani alzate.
Un soldato con il megafono urlò di deporre le armi ed arrendersi perché altrimenti non avrebbero avuto più scampo.
I militari dell'Organizzazione, ormai privi di comando, uscirono a mani alzate senza opporre più alcuna resistenza.
Una piccola frangia si asserragliò dentro un fabbricato più piccolo, antistante quello centrale, ma fu subito sopraffatta dall'esercito di Ramit.
Iatros aspettò nella stanza di Falcon l’arrivo del maestro.
Quando questi entrò nello studio, gli fece un breve resoconto della sua irruzione e di come, grazie ai poteri acquisiti, aveva sopraffatto il nemico senza correre grossi rischi. Poi finalmente gli mostrò il corpo del comandante.
Guardi lì, disse, lo riconosce? 
E' morto soffocato quindici minuti fa, e con lui tutta l'Organizzazione, di cui era il capo, è stata sconfitta.
Ben fatto, ragazzo! disse il maestro mentre fissava attonito il corpo di Falcon, oramai cereo.
I nostri sospetti erano fondati. Ma non avrei mai pensato che fosse proprio Falcon a capo di tutto.
Esatto. Mi ha confidato anche il perché. Anche se fosse vero, e non dubito sia così, le sue azioni sono ingiustificabili.
Un giorno le ascolterò però non cantiamo ancora vittoria. Anche se abbiamo conquistato la sede centrale dell'Organizzazione e ucciso i loro capi, non escludo che piccoli focolai di terroristi siano ancora in circolazione e che possano riorganizzarsi.
Non dimentichiamoci che hanno armi e soldi, tanti soldi.
E' probabile, ma noi sapremo come sconfiggerli. Piuttosto, dobbiamo catturare Gadrone, perché Falcon mi ha confessato che anche lui è stato corrotto e che ha approfittato della situazione per arricchirsi alle nostre spalle.
Ramit non sembrò troppo sorpreso da quella rivelazione.
Parlerò con il capo del Governo, che invierà per lui un mandato di cattura internazionale.
I due si strinsero infine in un caloroso abbraccio.
Iatros respirava eccitato.
Aveva vinto. Avevano vinto.
La profezia della Dea Mhiva si era avverata.
Per anni l'Organizzazione aveva seminato morte e terrore tra una popolazione povera e indifesa, alimentata dall'avidità di uomini senza scrupoli. Ma i suoi membri non avevano fatto i conti con il popolo ramitiano e con la speranza incarnata da Iatros.
Forgiato dagli insegnamenti di Ramit e protetto dai doni della Dea, il Dio della Coscienza aveva riportato l'ordine là dove regnavano paura e abbandono.
Guidoni svestito della sua tuta da combattimento fece ritorno all’ambasciata italiana.
Quando varcò le porte dell'ambasciata, trovò Gisy ad attenderlo.
I due si sorrisero, poi la donna disse: I chirurghi sono tornati a Shaari per continuare la missione, ora che si è tutto tranquillizzato.
Salzani è partito per l'Italia per denunciare l'accaduto anche se, per il momento, sorvolerà sul tuo operato. E noi due che faremo?
Amore, io devo restare nel Gohar. Ramit e la popolazione del posto hanno ancora bisogno di me.
Se vuoi tornare anche tu a Napoli ti capisco. Io ti raggiungerò al più presto.
Me l’aspettavo questa risposta, disse Grandoli, ed è per questo che ho deciso di restare con te.
Avrai pure dei superpoteri ma di sicuro hai bisogno di qualcuno che ti assista. Io ci sono.
Gisy, amore mio!
La verità è che anche io ho bisogno della tua presenza, un grande bisogno... E se questa è la nostra strada, sono felice di percorrerla assieme a te.

Fine

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