Benevento dovrebbe programmare la revisione del processo dell'Inquisizione su Nicolò Franco, invano evocata dal coprotagonista nella Storia di un irregolare di Luigi Diego Perifano
Figura secondaria ma notevole nella storia delle lettere in Italia: Nicolò Franco condannato a morte per diffamazione.
E' il titolo della riflessione inviataci da Carmine Meoli.
"Gentile direttore - scrive - nel secolo di Lutero, dello Scisma anglicano e di Calvino, la Chiesa era impegnata sul fronte del contrasto delle eresie e su quello di una riforma della formazione e costume del Clero.
L'istituzione dei seminari, come quello di Benevento, rappresentò un pilastro di questa strategia.
Si comprende perché sotto il martello della Inquisizione cadevano non solo i sospetti di eresie ma anche i responsabili di comportamenti ritenuti prova di negazione della vera fede.
Diveniva in tal modo inevitabile una discrezionalità ad uso di vendette nelle lotte tra famiglie per la conquista del Papato.
Cadde vittima Nicolo Franco della inquisizione, applicando una norma introdotta con bolla posteriore ai fatti, per l'accusa di una pubblicazione diffamatoria del Papa appena deceduto.
A nulla valse il mancato ritrovamento del libello "corpo del reato" né l'affermazione che non potevano essere diffamatorie affermazioni e citazioni solo di fatti e accadimento veritieri!
La stesa pena comminata fu conteggiata nel massimo edittale ovvero la pena di morte.
I numerosi interrogatori in carcere seguiti anche a frequenti torture in circa diciotto mesi non avevano indotto il carcerato a fornire prove su altre persone con cui si intendeva regolare i conti.
Non abbiamo trovato la sentenza con le relative motivazioni ma solo i verbali d'interrogatorio (i cosiddetti Costituiti, pubblicati dalla Libreria editrice vaticana) dai quali non sembravano evincersi elementi per una condanna e tanto meno di una condanna morte.
Non ebbe bisogno, la notte prima della esecuzione, il condannato d'intervento dei Confortatori della Compagnia di San Giovanni decollato, richiesto quando si riscontrava una resistenza a “salvare l'anima mentre si perdeva il corpo".
Infatti, i Confratelli, come riportato nel libro giornale del Provveditore (nella foto, sabato 11 marzo 1570) si limitarono ad assistere alla Messa in cui il condannato "prese con grandissima devozione la Santa Comunione" nelle carceri di Tor di Nona e ad accompagnarlo alla impiccagione.
Il comportamento tenuto in carcere e al giorno della impiccagione alimentano un serio dubbio che la pena capitale sia stata applicata senza un giusto processo che desse conferma di un reato (continuato) di diffamazione né di una pena proporzionata alla colpa imputata.
Anche per dare risalto ad un letterato, a torto considerato un autore minore, Benevento dovrebbe programmare quella revisione del processo, invano evocata dal coprotagonista nella Storia di un irregolare di Luigi Diego Perifano, tanto con la normativa del tempo che alla luce dei successivi principi inerenti i diritti umani fondamentali".