Il rischio di un incendio nello stoccaggio di rifiuti ad Airola era noto e per questo chiede che si rendano pubblici gli atti e si individuino le responsabilità di quanto accaduto.
Il "Comitato Lavoro, Ambiente e Salute Valle Suessola e Valle Caudina", a seguito del vasto rogo divampato nell'area industriale di Airola, parla di un rischio che era noto e per questo chiede che si rendano pubblici gli atti e si individuino le responsabilità di quanto accaduto.
"Quello che è accaduto ad Airola - si legge nella nota inviata alla Stampa - non può essere liquidato come una fatalità, né come l’ennesima emergenza davanti alla quale istituzioni e politica si presentano quando il danno è ormai fatto.
La storia della Eco Energy e del sito di stoccaggio di rifiuti di via Caracciano è nota da anni alle autorità giudiziarie, amministrative e politiche. Le società e diversi soggetti riconducibili all'area imprenditoriale della famiglia Falzarano sono stati coinvolti negli anni in pesanti vicende giudiziarie riguardanti il settore dei rifiuti e, a vario titolo, ipotesi di bancarotta fraudolenta, autoriciclaggio, reati tributari e illeciti ambientali.
Su queste vicende esistono indagini, sequestri e processi.
C'è, però, un fatto politico che nessun tribunale deve accertare, perché è già davanti ai nostri occhi: le istituzioni conoscevano da anni la situazione di questo impianto.
Nel gennaio 2022 Eco Energy e i suoi beni aziendali furono sottoposti a sequestro preventivo e la società venne posta in amministrazione giudiziaria nell'ambito dell'inchiesta collegata al fallimento di Ecologia Falzarano.
Eppure l'attività proseguì sotto amministrazione giudiziaria per volontà politica della Regione Campania che nel 2023 rinnovò per altri dieci anni l'autorizzazione alla gestione dei rifiuti.
Poi arrivò il 17 aprile 2024.
I Carabinieri del Noe, con il supporto dell'Arpac, entrarono nell'impianto e trovarono una situazione gravissima: enormi quantitativi di rifiuti accumulati fuori dalle aree previste, tipologie di rifiuti non autorizzate, materiali depositati direttamente sul terreno, un ulteriore capannone utilizzato per lo stoccaggio e non contemplato dall'autorizzazione e quantitativi indicati dagli investigatori come enormemente superiori ai limiti consentiti, perfino la carenza di adeguati presidi antincendio e di spazi sufficienti per consentire la manovra dei mezzi di soccorso.
In poche parole si erano già determinate le condizioni per arrivare alla catastrofe di oggi.
Era aprile 2024. Sono trascorsi più di due anni.
Che cosa è stato fatto in questi due anni per eliminare quel pericolo?
Il 31 agosto 2026, all'interno di un sito sottoposto a sequestro, era ancora presente una massa di materiale combustibile talmente grande da alimentare un incendio di proporzioni enormi, investire anche strutture vicine e sprigionare una nube tossica che si è protratta per decine di chilometri.
Ci sono domande alle quali qualcuno deve rispondere.
Chi aveva la custodia materiale del sito? Chi doveva garantirne la sicurezza? Chi controllava gli accessi? Quali sistemi di videosorveglianza erano presenti e funzionanti? Quali prescrizioni antincendio erano state impartite dopo il sequestro del 2024? Quanti rifiuti erano presenti al momento del sequestro? Quanti ne sono stati rimossi? Quanti ne rimanevano il 31 agosto 2026? Perché, dopo più di due anni, la bonifica e lo svuotamento non erano stati completati? Chi doveva pagarli? Chi doveva controllare che venissero effettuati?
Soprattutto: Come è possibile che un sito sequestrato dalla magistratura proprio dopo che erano state rilevate gravi criticità ambientali e antincendio abbia potuto trasformarsi, due anni dopo, nel teatro di un incendio di queste dimensioni?
La natura dell'incendio deve ancora essere accertata. Se sarà doloso, pretendiamo che venga chiarito chi è entrato in quel sito, come ha potuto farlo e perché un'area sottoposta a sequestro non sia stata sufficientemente protetta da impedirlo.
Pretendiamo che venga verificata fino in fondo anche un'altra possibilità: se la distruzione dei rifiuti possa aver prodotto un vantaggio per qualcuno, eliminando fisicamente una massa il cui smaltimento avrebbe avuto costi enormi oppure rendendo più difficile ricostruirne quantità, natura e provenienza, cioè tutto il materiale probatorio per i processi che sono ancora in corso.
Nel maggio scorso, pochi mesi prima dell'incendio, Eco Energy è stata coinvolta anche nell'ambito dell'operazione "Erebus" della Dda di Bari, una vasta inchiesta sul traffico illecito di rifiuti tra Campania e Puglia, da cui è scaturito un altro sequestro preventivo per equivalente nei confronti della società.
Di fronte a tutto questo la politica non può continuare a nascondersi dietro la formula: "la magistratura farà il suo corso".
La magistratura deve accertare i reati.
Dov'erano la Regione Campania, i Comuni, gli enti competenti e gli organismi di controllo mentre questo problema rimaneva irrisolto?
Quali pressioni politiche sono state esercitate affinché quel sito venisse svuotato rapidamente? Quali amministratori hanno chiesto pubblicamente un cronoprogramma della bonifica? Chi ha preteso controlli continui?
Chi ha denunciato il rischio rappresentato da migliaia di tonnellate di materiale combustibile ancora presenti?
Chi ha chiesto conto del fatto che nel 2024 fossero state rilevate carenze antincendio?
Non ci interessano le passerelle davanti alle telecamere quando il cielo è già nero.
Non ci interessano i comunicati di solidarietà. Non ci interessano le dichiarazioni indignate pronunciate dopo il disastro.
Vogliamo sapere che cosa è stato fatto prima e vogliamo sapere che cosa non è stato fatto.
Noi che siamo le vittime di questi crimini, che respiriamo veleni e ci ammaliamo, abbiamo tutto il diritto di denunciare l'inadeguatezza di una politica che, nonostante sequestri, indagini e allarmi ambientali, non è riuscita a garantire che quella bomba ecologica venisse definitivamente disinnescata.
Abbiamo il diritto di domandare pubblicamente se siano esistiti rapporti politici, economici o amministrativi che meritino di essere approfonditi. Se qualcuno ha favorito qualcuno, venga fuori.
Se qualcuno ha omesso controlli che doveva effettuare, venga fuori.
Se qualcuno sapeva e ha taciuto, venga fuori. Se qualcuno aveva il potere di intervenire e non lo ha fatto, si assuma davanti ai cittadini la propria responsabilità politica.
Anche gli enti tecnici devono rendere conto del proprio operato.
Arpac, Regione, Provincia, Comune, Asl, Vigili del Fuoco e tutte le amministrazioni coinvolte rendano pubblici verbali, prescrizioni, sopralluoghi, analisi, diffide e comunicazioni riguardanti Eco Energy dal 2022 ad oggi.
Non vogliamo rassicurazioni generiche.
Oggi siamo noi cittadini a subire le conseguenze. Siamo noi a vedere il fumo sopra le nostre case e nei nostri polmoni.
Siamo noi a preoccuparci di ciò che può depositarsi sui terreni, sulle coltivazioni e nell'ambiente in cui vivono le nostre famiglie.
Pretendiamo, quindi, monitoraggi continui e pubblici dell'aria, analisi delle ricadute al suolo e, dove tecnicamente necessario, controlli su terreni, acque e produzioni agricole.
Pretendiamo che i risultati siano pubblicati integralmente e rapidamente, senza minimizzazioni e senza propaganda.
Per troppi anni abbiamo visto il settore dei rifiuti diventare terreno di affari, speculazioni, inchieste giudiziarie e disastri ambientali.
Adesso basta.
Non vogliamo più limitarci a chiudere le finestre quando brucia qualcosa. Non vogliamo aspettare il prossimo incendio.
Non vogliamo che fra cinque anni qualcuno dica ancora una volta che "nessuno poteva prevederlo.
Nel 2024 le criticità erano state messe nero su bianco. Nel 2026 il sito è bruciato.
Ora qualcuno deve spiegare ai cittadini perché non siamo riusciti a impedirlo.
E' arrivato il momento che cittadini, associazioni e persone perbene della Valle Caudina e della Valle di Suessola pretendano risposte e scendano in piazza per difendere un diritto elementare.
Pretendiamo la bonifica completa dell'area. Pretendiamo trasparenza totale sugli atti. Pretendiamo l'accertamento delle responsabilità penali, amministrative e politiche.Pretendiamo controlli ambientali indipendenti e continuativi.
Pretendiamo che chi ha provocato danni al nostro territorio ne risponda e che chi aveva il dovere politico o istituzionale di proteggerlo renda conto pubblicamente del proprio operato".