Mentre a livello centrale si pianificano le dotazioni organiche per le future e ancora immaginarie, Case di Comunità, nel nostro nosocomio si consuma una tragedia silenziosa
Giovanni Tommaselli (foto), commissario straordinario Fials di Benevento, ha inviato una lettera alle istituzioni nazionali e regionali nonché al presidente della Regione, lanciando un grido d'allarme sulla situazione in cui si trovano a lavorare gli operatori (medici, infermieri, tecnici sanitari e altro) dell'Azienda Ospedaliera "San Pio".
"Leggiamo con un profondo senso di frustrazione e amaro sconcerto - scrive - del dibattito sulle risorse per la prossima manovra, la richiesta di 5 miliardi per il Fondo Sanitario Nazionale, di cui uno destinato a un piano straordinario di assunzioni.
L'orizzonte tracciato, per quanto la reale copertura economica sia ancora in bilico, appare fin troppo chiaro, riversare queste preziose energie principalmente sulle nuove strutture della sanità territoriale, a partire dalle Case di Comunità, e sull'abbattimento delle liste d'attesa.
Nessuno oserebbe mai negare l'urgenza di potenziare la medicina del territorio, un traguardo di civiltà e un filtro essenziale.
Tuttavia, ci scontriamo con una realtà cruda, ineludibile, che sembra del tutto assente dai tavoli decisionali romani e regionali: chi pensa agli ospedali in eterno, disperato affanno?
Chi si cura del destino dei Dipartimenti di Emergenza e Accettazione (Dea) di II Livello, le vere corazzate dell'emergenza-urgenza, ormai lasciati affondare in una crisi strutturale senza precedenti?
Caliamo questi numeri macroscopici e queste promesse, nel dramma quotidiano dell'Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale "San Pio" di Benevento.
Mentre a livello centrale si pianificano le dotazioni organiche per le future e ancora immaginarie, Case di Comunità, nel nostro nosocomio si consuma una tragedia silenziosa.
Per evitare l'interruzione di pubblico servizio e mantenere aperti i reparti, si fa ricorso a 200 ore di lavoro extra al giorno.
Parliamo di quasi 6.000 ore al mese di prestazioni aggiuntive e autoconvenzioni.
Aree nevralgiche e tempo-dipendenti (come Pronto Soccorso, Rianimazione, Neurochirurgia, Cardiologia interventistica) si reggono in piedi unicamente per il sacrificio disumano di chi è rimasto in trincea.
Ma il collasso, è bene gridarlo a gran voce, non riguarda soltanto la grave carenza di personale medico.
L'agonia colpisce con la stessa violenza l'intero comparto, paralizzando la spina dorsale dell'ospedale.
Nei nostri reparti mancano drammaticamente infermieri, operatori socio-sanitari (Oss) e tecnici sanitari di radiologia medica (Tsrm).
I nostri infermieri affrontano turni massacranti, saltano i riposi e gestiscono un numero di pazienti di gran lunga superiore agli standard di sicurezza, rischiando costantemente il burnout e lottando per mantenere quella qualità dell'assistenza che vorrebbero, e dovrebbero, poter garantire.
Gli Oss sono ridotti al lumicino, lasciando vuoti incolmabili nell'assistenza di base al malato, mentre i Tsrm, fondamentali per la complessa diagnostica d'urgenza di un Dea di II Livello, sono sottoposti a carichi di lavoro insopportabili.
Tutti loro, pilastri insostituibili del diritto alla cura, fuggono non appena ne hanno l'occasione, schiacciati da una gratificazione professionale ed economica del tutto mortificante rispetto al macigno delle loro responsabilità.
Si annunciano concorsi che andranno inesorabilmente deserti, perché nessuno vuole più venire a lavorare in ospedali trasformati in gironi danteschi.
E' eticamente e strategicamente inaccettabile concentrare gli sforzi per riempire di personale nuove "scatole" sul territorio, quando il cuore pulsante dei grandi ospedali per acuti ha smesso di battere regolarmente.
Costruire nuovi muri e tagliare nastri non salverà la vita di un cittadino se, nel momento più buio di un infarto, di un ictus o di un grave politrauma, l'hub d'emergenza di riferimento non avrà l'infermiere per assisterlo, il tecnico per la Tac, l'operatore per accudirlo e lo specialista per intervenire.
Per queste ragioni, chi governa e programma la sanità pubblica dovrebbe fermarsi e rivedere immediatamente le proprie priorità.
Prima di sognare la sanità del domani, lo Stato e la Regione dovrebbero salvare disperatamente quella di oggi.
Non si può, e non si deve, permettere che presidi salvavita essenziali come l'Azienda Ospedaliera "San Pio" muoiano nel silenzio e nell'indifferenza generale".