I reparti di Neurologia e Psichiatria erano uniti, con lo stesso personale medico ed infermieristico e per noi costituiva solo un posto di lavoro
Logisticamente era un lager. Brande sgangherate, materassi ridotti a brandelli, lenzuola lerce, muffe alle pareti, sacchetti dell'immondizia tagliati ed usati, quali traverse, per i pazienti incontinenti, niente suppellettili, armadi neanche a parlarne, i pochi indumenti gettati alla rinfusa sul pavimento. Peppino De Lorenzo ricorda le condizioni in cui versava il reparto di Neurologia del "Rummo"
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E' un racconto particolare, articolato in tre domeniche, che Peppino De Lorenzo inizia da oggi.
Si intrattiene, infatti, spinto, in proposito, da alcuni eventi succedutesi in queste settimane, a descrivere, ancora una volta, la sua vita trascorsa in un reparto psichiatrico.
Parla di alcuni episodi, arricchendoli di ulteriori dati, già descritti nel suo libro autobiografico: "Quarant'anni tra le sbarre", edito da Realtà Sannita.
Quelli odierni sono ricordi, non, di certo, positivi.
Ecco perché, il suo, in ultimo, appare un racconto che invita non poco a riflettere.
Alla nostra spontanea domanda del motivo che lo abbia spinto ad intrattenersi ancora sull'argomento, Peppino De Lorenzo ci ha offerto tre spiegazioni chiare e precise.
La prima, è l'avere appreso che, solo qualche settimana fa, al "Rummo", è stato inaugurato un nuovo e funzionale reparto di neurologia.
De Lorenzo, così come, a viva voce, ci ha confidato, da un lato, ha provato una gioia incontenibile, dall'altro, dopo decenni, ha visto concretizzato un sogno. Lui che, in quel reparto, ha trascorso una parte consistente della sua vita ospedaliera.
E' stato così che ha inteso ricordare, oggi, il vecchio ed angusto reparto di Neurologia con annesso Pronto Soccorso Psichiatrico del "Rummo".
Quelli descritti sono ricordi non, di certo, positivi.
E' un racconto, appunto, particolare, il suo, quello odierno.
La seconda, è dipesa dalla visione della serie televisiva, prodotta da Rai 1, tratta dal romanzo "Le libere donne di Magliano", pubblicato nel 1953, da Mario Tobino, di professione medico psichiatra ed autore di saggi di pregiato valore.
La terza, è dettata dallo stupore suscitato, in questi giorni, dal caso di Gennaro Santamaria.
Negli anni Ottanta, ne fa fede la stampa di allora, di seguito riportata, gli incarichi al "Rummo" si vendevano al pari della minestra, addirittura con gli assegni (sic!).
Il che dimostra che il mondo sia stato sempre lo stesso.
"E' bene precisare, da subito, che il "Rummo" di un tempo, come ho avuto modo più volte di ribadire, malgrado gli scarsi mezzi a disposizione, accolse reparti degni di ricordo, ove operavano primari e medici pregni non solo di professionalità, ma anche di incarnato spirito umano.
Alcuni già li ho ricordati in questi anni, di altri avrò modo, a breve, di scrivere, con la speranza di raccoglierli, poi, tutti in uno dei volumi della collana "Gente di Benevento". A futura memoria.
Questa precisazione ritengo essere doverosa in quanto, all'epoca, fu il reparto di Neurologia con annesso Pronto Soccorso Psichiatrico, ad essere una eccezione, senza che alcuno, per motivi che dovrò portarmi dentro fino alla conclusione dei miei giorni, intervenisse, come giusto e doveroso che fosse.
Oggi, siamo usi porre in evidenza solo i lati negativi, e non sono pochi, della sanità, ma, per onestà intellettuale, dobbiamo soffermarci ed a ragione, anche su qualche aspetto od innovazione positiva.
Ho provato, non lo nego, una profonda emozione quando ho osservato le foto dell'inaugurazione del nuovo reparto di Neurologia.
Non ho tema a ribadire che sarei voluto essere presente.
Si è realizzato un mio vecchio sogno.
Lì ho trascorso anni splendidi della mia vita lottando, con tutte le forze, contro il degrado cui assistevo. Lotte che, in ultimo, ho pagato a caro prezzo.
Si è soliti ripetere che il tempo sia un giusto giudice. E quel reparto funzionale, allo stato, è il mio giudice tardivo, sì, ma concreto.
Per questo, mi è lieto ricordare solo qualche episodio, fra i tanti. Quelli che almeno posso narrare.
Bene. Primario fu Leonida Garone (nella prima foto in basso) che, per molteplici aspetti, nella storia del "Rummo", a suo modo, fu un personaggio.
Era nato ad Isernia il 2 febbraio 1920, ma viveva a Napoli, in una bellissima casa al viale Michelangelo, civico 33.
Giunse a Benevento quando, inizialmente, gli furono affidate delle ore all'ambulatorio di Neurologia all'Inam di allora.
In breve, riuscì ad ottenere la creazione di un reparto al "Rummo", quello, appunto, di Neurologia, fino ad allora inesistente, divenendo, da subito, primario.
Io, uscito dall'Università, incominciai a frequentare quella divisione.
Era un luogo veramente strano quello in cui mi venni a trovare che, nel corso degli anni, aveva già visto di tutto e di più.
Sarebbe, oggi, oltremodo difficile descrivere nei particolari quale fosse la vita lì quando vi giunsi fresco di laurea.
Storie, non tutte edificanti, che, di certo, ancora oggi, ricordano infermieri e qualche residuato sanitario in vita.
Episodi che rasentavano l'inverosimile, difficilmente credibili, che, purtroppo, non possono essere narrati e che, per forza di cose, verranno con me nella tomba.
Quando, qualche mese fa, ebbi modo di ricordarne solo alcuni al direttore di "Gazzetta", Alfredo Pietronigro, ammetto di essere stato fortunato, in quella occasione, in quanto la credibilità del mio asserito fu appieno confermata da un medico specialista presente al nostro discorso.
Un reparto che di Ospedale aveva ben poco e che era molto simile ad una prigione, tra l'altro, di basso livello.
Entrai, timidamente, per la prima volta, nello studio del primario che, con tono serio, comodamente seduto dietro la scrivania, era circondato da neurologi dell'epoca ed alcuni infermieri, di cui conoscevo di vista solo qualcuno. Mi resi, seduta stante, conto della situazione.
Trascorrevamo le ore a discutere del nulla, mentre i pazienti, segnatamente quelli psichiatrici, erano abbandonati al loro destino.
Si ripetevano sempre le stesse cose non decidendo mai nulla di concreto e per il bene del malato.
Il reparto rimaneva, comunque, un cronicario in cui si aspettava solo il trascorrere del tempo. Si parlava un linguaggio strano, poco comprensibile ai più.
In sostanza, con l'agire in questo modo, si era dimentichi che, tra quelle mura, si trovavano, trascorrendo buona parte della loro vita, nello specifico, pazienti psichiatrici, molte volte sbattuti da un istituto per sofferenti mentali ad un altro, degli esseri umani con le proprie speranze.
Quando passava molto tempo dall'inizio del ricovero, il malcapitato veniva adagiato sull'autoambulanza di servizio e trasferito nella struttura psichiatrica di Miano, in provincia di Napoli, ove rimaneva mesi e mesi.
I reparti di neurologia e psichiatria erano uniti, con lo stesso personale medico ed infermieristico e per noi costituiva solo un posto di lavoro, ove si arrivava e si doveva trascorrere l'orario di servizio.
Logisticamente, era un lager.
Brande sgangherate, materassi ridotti a brandelli, lenzuola lerce, muffe alle pareti, sacchetti dell'immondizia tagliati ed usati, quali traverse, per i pazienti incontinenti, niente suppellettili, armadi neanche a parlarne, i pochi indumenti gettati alla rinfusa sul pavimento (nella seconda, terza, quarta foto in basso).
Un Ospedale? Piuttosto un carcere.
Ignoravo, allora, cosa mi aspettasse e ripetevo a me stesso: "Non è possibile. I vertici dovranno pure intervenire".
Mi convinsi presto che in quella macchina infernale non sarei, mai e poi mai, divenuto uno squallido ingranaggio.
Ecco perché, con il trascorrere del tempo, fui preso da quella furia rabbiosa che, quando mi accorgo di subire un torto, mi portava ad andare in escandescenze.
In precedenza, avevo ipotizzato che, un giorno, raggiunta la laurea, avrei svolto la professione di medico nel senso più alto della parola.
Invece, mi ero venuto a trovare in un inferno(nella quinta foto in basso, la sala pranzo; la sesta, il vano finestra, non pulito da tempo, ricoperto da centinaia di mozziconi di sigarette).
C'era di tutto, alcool, droga, sesso nel modo più sporco ed impensabile. Non la semplice scappatella, fors'anche giustificabile.
Un giorno, non riuscendo a vedere i malcapitati pazienti in quelle condizioni disumane, chiamai i Nas di Salerno, che, prontamente, intervennero chiudendo il reparto il 15 gennaio 1999.
Da quel momento, ai vertici mi videro come un mostro al quale la si doveva fare pagare.
Il reparto venne chiuso e furono effettuati lavori di ristrutturazione nell'attesa di una futura e dignitosa, nonché definitiva sistemazione.
Il primo episodio grave, anzi gravissimo, cui mi fu dato assistere, riguardò l'arresto del caposala della sezione uomini, con l'accusa di avere abusato di una giovane paziente psicotica, calandosi, a notte fonda, attraverso una scala di legno, appositamente posizionata, dal piano superiore, ove era ubicata la divisione di neurologia, a quello sottostante, destinato ad accogliere i pazienti psichiatrici.
L'episodio emerse dopo che la ragazza, originaria di Airola, raccontò l'episodio all'aiuto medico di guardia.
Il caposala fu sollevato dall'incarico ed arrestato, mentre la moglie, caposala della neurologia donne, pure lei di una moralità non adamantina, molto bella, chiese il trasferimento, anche se protetta in modo squallido per ragioni che non è possibile esporre in questa sede.
Al pari di una tragedia, non già commedia, l'aiuto, medico accusatore, poi, negli anni a seguire, venne anche lui arrestato, il giorno dei morti del 1984, unitamente all'amante ed un componente del consiglio di amministrazione del "Rummo" di allora. Quest'ultimo aveva incassato una mazzetta di dieci milioni delle vecchie lire per fare assumere la ragazza nell'amministrazione del nosocomio cittadino.
Mazzetta, addirittura elargita, scioccamente, con un assegno.
Le indagini furono condotte dal comandante della Guardia di Finanza, Ippolito Parisi, originario sannita, figura molto nota all'epoca, inflessibile nel suo lavoro.
L'ordine della custodia cautelare in carcere fu firmato dall'allora procuratore della Repubblica, Giuseppe Faraone.
La donna e l'incassatore della tangente furono condotti al carcere di Campobasso, il medico a quello di Benevento, in quel tempo ancora ubicato al viale degli Atlantici.
Il comandante Ippolito Parisi, di lì a poco, si spense, in valida età, per un carcinoma alla gola.
Ne parlò la stampa nazionale (nella nona e decima foto in basso, il titolo della notizia, per ovvie ragioni, sono stati omessi i nomi, come fu riportata da "Cronaca Vera" del 13 febbraio 1985).
Questi due episodi, testé descritti, rappresentano solo alcuni, fra i tanti, che, in quell'epoca, si verificarono. Uno più deplorevole dell'altro. Il tutto nel silenzio generale.
In quel reparto ebbi modo di assistere a quotidiani scontri spesso sfociati in risse da cortile.
La storia intera, nel suo complesso, sarebbe molto lunga da raccontare con episodi, ripeto, tanto gravi che, forse, non apparirebbero credibili, ma, in ultimo, ritenuti frutto della fantasia.
Eppure tutto questo, allora, è successo e si permise che succedesse.
Di qui, le mie tante lotte non capite. Scendere in alcuni particolari che, purtroppo, ripeto, dovrò portare nella tomba, non è affatto possibile.
Coinvolgerei persone che non ci sono più e personalmente, nutro rispetto per i morti, anche se questi ultimi rimangono non certo degni di rispetto alcuno.
Quando ed io per primo, ci si sofferma sullo stato deplorevole in cui, oggi, versa il Pronto Soccorso del "Rummo", rivolgendo il pensiero a quegli anni, mi fermo.
Nell'assistere, sere fa, su Rai 1, alla serie televisiva tratta dal romanzo "Le libere donne di Magliano", pubblicato nel 1953, da Mario Tobino, le notti non ho dormito.
Mi sono rivisto, senza volerlo, ai miei anni difficili e non capiti. I giorni scorsi sono stati per me terribili. Chi mi è accanto, anche lavorativamente, ha notato in che stato mi trovassi.
Assistere, ad esempio, alla scena dell'infermiere del reparto ove operava Tobino che abusava della giovane psicotica mi ha fatto rivivere la nefandezza, perchè di nefandezza, in ambedue i casi si trattò, verificatasi anche al "Rummo".
Mario Tobino, nativo di Viareggio, che dedicò, fino alla morte, avvenuta nel 1991, la sua vita ai malati mentali, lavorando prima in diversi ospedali e, poi, definitivamente, nel manicomio femminile di Muggiano, in provincia di Lucca, cercò in tutti i modi di favorire un diverso approccio nei confronti dei sofferenti psichici.
Come fu per me, anche nelle stanze del suo reparto, l'umiltà, la comprensione, il dedicarsi all'ascolto non ebbero, di certo, il loro soverchio.
Alla professione medica, Tobino intervallava l'amore per l'attività letteraria pubblicando, nel corso degli anni, vari libri, tra cui, appunto, "Le libere donne di Magliano".
Ecco, quindi, il motivo delle mie lotte. Mi si permetta lo sfogo nella sera della vita.
Ero convinto che per me sarebbe finita male e non sarei mai stato accettato e tollerato dalle realtà forti e dai potenti della mia terra.
Ma non tanto di subire l'affronto di essere relegato inoperoso in un corridoio.
Non immaginavo, né prevedevo una ferocia sì inaudita.
Comunque, mi rimane il merito che, per le mie lotte, anche il reparto di psichiatria non è più un lager.
In tutta questa odissea, perchè di odissea si trattò, l'Ordine dei Medici, invece di proteggermi, mi sottopose a provvedimenti disciplinari.
Solo per qualche anno vissi e lavorai con un briciolo di serenità. Fu con Renato Russo (nella foto di apertura).
Il destino, però, volle che questi chiudesse i suoi giorni, d'improvviso, nel settembre 1992, neanche cinquantenne.
Di Renato ho già avuto modo di scrivere.
Con la sua scomparsa, per me finì la speranza che lui portò con sè nella tomba. Iddio gli renda merito per il modo in cui, in vita, svolse l'attività di medico (Russo e De Lorenzo nella settima foto in basso).
I mastelliani, complice il direttore generale dell'epoca, in precedenza mio amico, conclusero il resto.
Ed anche qui ci sarebbe non poco da dire. Il direttore generale mi fece notificare il provvedimento di lasciare la responsabilità del reparto e destinarmi inoperoso nel corridoio al letto di mia madre agonizzante in ospedale che morì due giorni dopo.
Con quella donna mi aveva atteso, solo qualche anno prima, nella cucina di casa mia, la notte del 17 novembre 1996, per gioire con me per essere stato il primo eletto in città nella competizione elettorale per il rinnovo del Consiglio comunale. Con quella lista, proprio con lui messa in piedi, scongiurammo che il candidato mastelliano non arrivasse al ballottaggio.
Quella notte, ripeto a casa mia, con lui c'era Alfredo Masone(nella ottava foto in basso, Masone con De Lorenzo), anche lui candidato, poi, divenuto impiegato della Gesesa che, di sicuro, ricorderà quell'episodio.
Di quelle lotte i segni sono rimasti indelebili. Il mio stato d'animo non è più quello di un tempo.
A chi lo racconto? Chi mi capirebbe? La solitudine di quel tempo la sento viva e presente.
Ora mi fa piacere, tanto piacere, affermare che la Psichiatria fu ristrutturata per opera mia, come oggi anche la Neurologia possa essere ritenuta degna di una divisione ospedaliera che si rispetti.
Spero di visitare quel reparto neurologico che serba in sé i sogni della mia gioventù di medico".
I parte
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