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Benevento, 29-03-2026 09:28 ____
La toccante lettera di Peppino De Lorenzo ad Achille Caputo medico della sua equipe al reparto di psichiatria del "Rummo", scomparso qualche giorno fa
Dopo il funerale, caduta la sera, quasi per istinto, con la mia auto mi sono portato all'ingresso del Cimitero, a quell'ora, ovviamente, chiuso. Solo un muro ci divideva e li', nel silenzio assordante che avvolgeva la zona, sono sceso dalla macchina, mi sono seduto sul gradino dell'ingresso, con l'inconscio desiderio di non farti sentire solo la prima notte che trascorrevi in quel luogo...
Nostro servizio
  

Peppino De Lorenzo, questa domenica, scrive una lettera aperta ad Achille Caputo (nella foto di apertura), spentosi solo qualche giorno fa, che, per anni, è stato medico della sua equipe al reparto di psichiatria del "Rummo".
"Caro Achille, scrivere, al solo fine di rinverdire la tua memoria, a mio avviso, sarebbe apparso un ricordo di circostanza.
Per questo, ritengo più giusto rivolgermi, attraverso una lettera, direttamente a te.
Per anni sei stato medico nel reparto da me retto e con il trascorrere del tempo, ci eravamo legati al punto che, ogni mattina, ci scambiavamo le nostre confidenze, anche familiari.
In queste ore, credimi, mi sento sconvolto e trovo non poca difficoltà a reggere al quotidiano assistere, al pari di una furia, al dolore per la scomparsa di persone cui ho voluto bene, veramente bene, nella vita di tutti i giorni e nella professione.
Del resto, per il tuo carattere tranquillo, era molto difficile non volerti bene.
Né, in questo doloroso momento, posso non manifestare, ancora una volta, la mia gratitudine che devo a te ed agli altri colleghi, per quanto vi adoperaste, mettendo a rischio la vostra tranquillità, nel corso delle vicende che mi videro protagonista di lotte nel vano tentativo di rendere migliore e più efficiente l'assistenza sanitaria nel nostro territorio.
Infatti, nell'inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di Napoli, con il supporto dei Carabinieri di Caserta, che bloccò il mio licenziamento, programmato a tavolino, se non fosse stato per voi colleghi, con l'ausilio delle intercettazioni, io sarei stato mandato via senza alcuna valida motivazione.
Cercherò di superare questo momento, ma non ti dimenticherò mai.
La tua signorilità  è arrivata al punto che, in occasione della festività di S. Giuseppe, pochi giorni fa, trovandoti ricoverato all'Unità di Terapia Intensiva Cardiologica o Coronarica (Utic), per non interrompere una tradizione, hai pregato tua figlia Bianca di farmi gli auguri per tuo conto.
Questo è stato sempre, Achille, il tuo modo di vivere.
Poi, il sabato successivo, hai voluto parlarmi telefonicamente. La tua voce evidenziava lo stato in cui ti trovavi.
Martedì mattina, alle 6.00, il messaggio di Bianca: "Peppino, papà non c'è più".
Nel corso del mese di marzo dello scorso anno, alcuni lettori di "Gazzetta" lo ricoderanno, ebbi modo di evidenziare il comportamento professionale di tua figlia, medico in Ospedale, che, nel caos che, da tempo, regna nel Pronto Soccorso, ebbe modo di farsi apprezzare da un mio paziente per la gentilezza ed il garbo usati.
Quando lessi il nome sul referto, Bianca Caputo, rividi la bambina di un tempo, andando, nel ricordo, ai preparativi che facevi, in prossimità delle feste natalizie, al fine che un personaggio della città, che si vestiva da Babbo Natale, portasse i doni ai tuoi due figli, la sera della vigilia.
Tu gradisti tanto quell'articolo che scrissi in proposito ("Gazzetta di Benevento" del 16 marzo 2025 ndr) e non poteva essere diversamente per un padre, detentore di una bontà d'animo difficile da trovare, come è stato per te.
Tanti ricordi, uno più suggestivo dell'altro.
E' bello, veramente bello, volersi bene. Questo rimane l'unico valore della vita.
Continuerò con Bianca l'affetto che mi ha sempre legato a te.
E' stato così che, mercoledì, dopo il funerale, caduta la sera, quasi per istinto, con la mia auto mi sono portato all'ingresso del Cimitero, a quell'ora, ovviamente, chiuso.
La tua bara era stata adagiata nella sala mortuaria nell'attesa di essere tumulata il giorno dopo nella cappella di famiglia.
Solo un muro ci divideva e lì, nel silenzio assordante che avvolgeva la zona, sono sceso dalla macchina, mi sono seduto sul gradino dell'ingresso, con l'inconscio desiderio di non farti sentire solo la prima notte che trascorrevi in quel luogo.
Un fiume di ricordi ha affollato la mia mente nel momento in cui prendevo consapevolezza di quanto si era verificato.
Ancora una volta mi sono chiesto perchè il mondo sia fatto così.
Spesso ho posto a me stesso questa domanda e, malgrado gli sforzi, non ho mai saputo darmi una risposta. Forse perchè una risposta non c'è.
Ho rivissuto gli anni trascorsi insieme. Ti ho chiesto scusa per aver saputo tollerare, con certosina pazienza, le mie mattinate colme di ansia, nel tempo in cui credevo, fors'anche ingenuamente, di combattere le ingiustizie della sanità.
Spesso, mentre io alzavo il tono della voce, tu, con pacatezza, portavi la tua mano sulla mia spalla e, poi, ti allontanavi ritornando con un caffè.
L'altra sera avrei voluto saltare uno di quei cancelli che si paravano innanzi a me, se ne avessi avuto la forza, correndo così da te, accanto alla tua bara.
Avvolto in questi pensieri, mi sono rimesso in macchina.
Mentre mi allontanavo, lasciandoti lì da solo, ho chiesto a me stesso: "Perché?", già, "Perché?".
Mi ha rincuorato la certezza di averti voluto bene ed essere stato ricambiato in pari misura.
Intanto, una lacrima rigava il mio viso...".

comunicato n.177028




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