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Benevento, 10-02-2026 17:02 ____
Peppino De Lorenzo scrive una lettera aperta al sindaco Clemente Mastella dopo il silenzio delle Istituzioni sui casi narrati di malasanita'
Dinanzi al mio allarme, malgrado l'enorme quantita' di accessi alla lettura della nota su "Gazzetta", il silenzio tombale. In questo modo, e' stata offesa, ancora una volta, la quotidiana sofferenza umana. Le manchevolezze della sanita' non si barattano con il silenzio
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Peppino De Lorenzo (foto), dopo la pubblicazione del circostanziato e documentoto articolo sul gravissimo episodio di malasanità occorso ad un giovane operato dell'asportazione dela tiroide ma che in realtà si è poi rivelato essere un intervento chirurgico effettuato ad altro organo mentre è stato certificato che sia stata effettivamente eliminata la tiroide, scrive una lettera aperta a Clemente Mastella, quale sindaco della città e principale tutore della salute pubblica.
"Caro sindaco, non era, credimi, mia intenzione disturbarti, ma, purtroppo, mi vedo costretto dalle circostanze a farlo.
Chiarisco, da subito, che non sia il caso di porre il discorso nella polemica trita e ritrita.
Sono mesi che, a cadenza quasi quotidiana, apprendiamo dello sfascio in cui versa la sanità e, qui da noi, le precarie condizioni del "Rummo".
In quelle mura, in cui ho trascorso buona parte della mia vita, ogni mattone custodisce un ricordo, ogni finestra una speranza, ogni passo una eco del futuro.
Lì conobbi mia moglie. Il regalo più bello che il nosocomio cittadino mia abbia fatto.
La nostalgia non è una malattia da curare, bensì un lusso da custodire.
Mi rivolgo a te con la massima pacatezza, quasi umilmente, anche se, dinanzi al miserevole spettacolo cui ho assistito, d'un tratto, ho rivissuto, in silenzio, la mia intolleranza di un tempo.
Sì, mi sono sentito, e non poteva essere diversamente, senilmente intollerante.
Giorni fa, su "Gazzetta", ho soffermato l'attenzione sugli ultimi due casi di malasanità, gravissimi a mio parere, che hanno interessato, anche se in momenti diversi, due giovani trentenni.
Il primo, mandato a casa dal Pronto Soccorso con una banale diagnosi di stitichezza ed era invece detentore di una gravissima patologia.
La famiglia ed i due figlioletti, da mesi, vivono un inferno senza fine. La giovane moglie, una ragazza stupenda, giorno dopo giorno, lotta per la sopravvivenza del marito.
Il secondo, più recente, ha permesso di farci assistere allo spettacolo indefinibile per cui, in sala operatoria, per l'asportazione di un carcinoma, è stato scambiato un organo per un altro. Si è davvero all'inverosimile.
Dinanzi al mio allarme, malgrado l'enorme quantità di accessi alla lettura della nota su "Gazzetta", il silenzio tombale.
In questo modo, è stata offesa, ancora una volta, la quotidiana sofferenza umana.
Ogni giorno vengono redatti sciocchi comunicati stampa, con una cadenza, ripeto quotidiana, gli stessi vuoti e privi di efficacia che, in ultimo, non sono altro che una miserevole passerella per mettersi in mostra. Nulla di più. Complice una squallida rete mediatica.
Dall'inizio ho compreso che la stampa locale avrebbe taciuto.
Oggi, appartengo, e ne sono onorato, alla redazione di "Gazzetta di Benevento", ma le malattie, segnatamente quelle serie e che interessano i giovani, non possono avere appartenenza di una testata od un'altra. Dovrebbero coinvolgere tutti, indistintamente.
Ciò che, però, mi ha colpito, il che appare di una gravità inaudita, è stato l'assordante silenzio dei rappresentanti istituzionali locali.
E, perdonami, anche tu, sempre presente in prima persona dinanzi alle problematiche cittadine, hai taciuto. Perché?
Lo stesso direttore generale del "Rummo", Maria Morgante, avrebbe dovuto, umilmente, chiedere scusa ai due malcapitati.
Caro sindaco, forte della tua consolidata esperienza, sai meglio di me che, di certo, le manchevolezze della sanità non si barattano con il silenzio.
Stando così le cose, qualche riflessione, però, devo esternarla in quanto, da parte mia, non sto affatto farneticando.
Malgrado gli anni che avanzano spediti, continuo a fare il medico da mattina a sera, vivendo, in prima persona, le sofferenze di tanta gente.
Ecco perché dinanzi a questo assurdo silenzio, ho compreso che, in talune circostanze, non si possa cedere alla rassegnazione.
La verità è che, a forza di manipolazioni e stravolgimenti, sia stata oramai smarrita la scala dei valori e le più banali norme della civile convivenza.
La mia vita è stato un viaggio di amore e di libertà. Tante sono state le salite. Ho dato molto, ma ho ricevuto anche molto.
Dinanzi ad episodi, come quelli testé descritti, sono giunto alla conclusione che quello di oggi sia un mondo che non sento più mio.
Sì, è vero, appartengo ad un'altra epoca. Un mondo semplicissimo, ma terribilmente fantastico, in cui, in ogni circostanza, veniva rispettata la sacralità del malato.
Comunque, non mi sono mai arreso. Nemmeno quando avevo tutte le ragioni per farlo. E la mia resistenza, oggi come ieri, non è, di certo, ideologica, ma umana. E' amore per chi soffre.
Attraverso te, caro sindaco, è mia intenzione solo fare capire a chi ha taciuto che seguire correttamente un paziente non sia un obbligo, ma un dovere, una libertà, un'occasione di dignità.
Ogni volta che ho avvicinato ed avvicino un sofferente ho sempre posto a me stesso una domanda ben precisa. Questa: "Quale sarebbe il mio comportamento se a quel posto vi sia un mio familiare?".
La stessa domanda, in questo momento, la pongo ai nostri rappresentanti istituzionali: "Quale la vostra reazione se a diagnosticare una banale forma di stitichezza al posto di... si fosse trovato un vostro congiunto?", e, ancora, "Se ad un vostro figlio, affetto da carcinoma, si interveniva su di un organo sano al posto di quello malato, quale comportamento avreste assunto?".
Ti abbraccio, caro sindaco, con l'affetto di un tempo oramai remoto, sperando che, da padre e da nonno come me, tu comprenda tutto il mio odierno travaglio intimo".

comunicato n.176065




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