Il gagliardetto del Benevento sul tetto d'Africa. Ecco com'e' andata. A raccontarlo e' l'ammiraglio in pensione, il sannita Luigi Mazzeo
Ad inizio d'anno e' arrivato il momento di partire. In valigia, oltre all'indispensabile per la montagna, ho deciso di portare piu' in alto possibile anche un simbolo della mia citta' di origine
Redazione
Il gagliardetto del Benevento sul tetto d'Africa.
Ecco com’è andata. A raccontarlo è l'ammiraglio in pensione, il sannita Luigi Mazzeo.
"Al centro dell'Africa, tra le sconfinate savane della Tanzania - scrive - sorge un rilievo leggendario conosciuto come il tetto d'Africa: il Kilimangiaro.
Questa montagna ha sempre solleticato il mio spirito e la mia voglia di sfide e avventura.
Dopo un paio d'anni di preparazione, a inizio 2026 è arrivato il momento di partire.
In valigia, oltre all'indispensabile per la montagna, ho deciso di portare più in alto possibile anche un simbolo della mia città di origine: Il gagliardetto del Benevento Calcio.
Arrivato in Tanzania, alle falde del Kilimangiaro incontro Steev, la mia guida Masai per i successivi sette giorni.
Con noi ci saranno anche tre portatori e il cuoco.
La vita da campo, durante i trekking, è piuttosto spartana: si dorme nel sacco a pelo in bivacchi di legno; i bagni sono semplici buche nel terreno con quattro mura attorno, senza acqua corrente.
Non ci sono docce, ma ci si lava con una bacinella di acqua scaldata sul fornellino a gas, lo stesso usato per cucinare.
Percorriamo la Marango Route, una delle otto disponibili, con partenza da 1.800 metri e arrivo in vetta dopo quasi cinque giorni e quaranta chilometri di sentieri in ascesa, attraversando cinque principali zone ecologiche distinte, che offrono una straordinaria varietà di paesaggi: foresta pluviale, brughiera, deserto alpino, zona artica e cime glaciali.
Le prime tappe scorrono piacevolmente, passando da 1.800 metri fino a circa 3.800.
Dopo un giorno di acclimatamento arriva la giornata decisiva, con la salita ai 4.700 metri del campo base (Kibo Hut).
Siamo ora nel deserto di alta quota, caratterizzato da pochissima vegetazione e da vaste distese di rocce nere, testimonianza di antiche colate laviche.
La respirazione diventa più affannosa, i passi più lenti; ogni piccolo movimento causa enorme fatica e accuso un leggero mal di testa.
Andiamo a letto presto, perché sappiamo che ci sveglieremo a mezzanotte per l'ultima e più emozionante parte del trekking: la salita alla cima.
Dormo poco: un po' per la carenza di ossigeno, un po' per la scomodità, un po' per il freddo.
Prima di partire indossiamo tutto l'abbigliamento pesante che abbiamo portato. Trasferisco nel mio zaino anche il gagliardetto del Benevento e partiamo.
Alzo gli occhi al cielo e resto senza fiato: pura meraviglia. Forse è merito dell'aria gelida e tersa, o dell'altezza che ci avvicina al firmamento, lontano da ogni luce artificiale.
Le stelle sono una moltitudine vibrante, più luminose che mai, e la Via Lattea si stende sopra di noi in tutta la sua magnifica chiarezza. Manca solo la luna.
Davanti e dietro di noi vediamo qualche altro gruppo di luci frontali fendere il buio come tanti piccoli fari: tutti procediamo verso la cima di quella altissima sagoma nera.
Mentre fatico, mi viene in mente un paragone con la montagna del Purgatorio di Dante, dove, per salire in Paradiso, le anime pentite devono espiare i propri peccati attraversando sette cornici (paragonabili alle sette ore di salita che ci separano dalla vetta), corrispondenti ai vizi capitali.
Nell'Antipurgatorio Dante cita anche Benevento: "Io son Manfredi, nepote di Costanza Imperatrice... l'ossa del corpo mio sarieno ancora in co del ponte presso a Benevento sotto la guardia de la grave mora".
La mia guida non è Virgilio, ma Steev, che mi incita a non lasciarmi sopraffare dal freddo e dalla fatica e a proseguire verso la meta, portando in vetta i colori del Benevento.
A metà salita il demone del Kilimanjaro comincia a soffiarci addosso un vento freddo misto ad aghi di ghiaccio. Il passo si fa ancora più lento, accuso il colpo (sono in svantaggio: 0-1).
Dopo cinque ore di estenuante salita raggiungiamo finalmente la prima sommità del cratere, Gilman's Point, 5.681 m (riesco a pareggiare i conti con la montagna: 1-1).
Ancora quarantacinque minuti in leggera salita, in parte su ghiaccio, e siamo a Stella Point, 5.756 metri (passo in vantaggio: 2-1).
Non è finita: manca ancora circa un chilometro da percorrere sul bordo del cratere e 150 metri di dislivello (un'eternità a questa quota). Sono stanco e a corto di fiato, ma sento di avere la partita in pugno.
Anche la bellissima alba, con i primi caldi raggi del sole, viene in mio soccorso. Cinquanta minuti e siamo finalmente in vetta al Kilimangiaro: Uhuru Peak ("picco della libertà" in swahili), 5.895 metri.
Ce l'ho fatta!
Sfinito, senza forze e senza fiato, ma felice come non mai. Da quassù puoi guardare tutta l'Africa: un'altezza da brividi che ripaga di ogni sforzo.
Con le mani congelate prendo dallo zaino il gagliardetto del Benevento e posso concedermi l'emozionante foto di rito.
"I giorni degni di essere ricordati nella vita di un uomo si contano sulle dita di una mano; il resto fa numero".
Questo è uno di quei giorni degno di essere ricordato".
comunicato n.175939
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