Mio fratello e' stato per due giorni su una barella scomoda, dietro un separe', assistito in maniera precaria. Sconsigliato il ricovero al "Rummo"...
Era stato colpito da un evento ischemico. Il medico del 118: "Le faccio un favore se glielo lascio a casa". Dopo due giorni al "Cardarelli" e' morto. Cosi'. Senza dignita'. Senza le cure che avrebbe meritato, denuncia Nicoletta Cocco, direttore responsabile insalutenews.it
Redazione
Sulle criticità del Pronto Soccorso dell'Ospedale "Rummo" di Benevento, c'è il racconto di un'esperienza personale vissuta da Nicoletta Cocco (foto), direttore responsabile insalutenews.it.
"Caro direttore - ci scrive - c’è una frase che nessun familiare dovrebbe mai sentire pronunciare da un medico del 118: "Le faccio un favore se glielo lascio a casa".
Eppure è esattamente quello che è accaduto a casa mia, nella mia città, a Benevento, dove mio fratello è stato colpito da un evento ischemico che gli ha causato una caduta.
Ho chiamato i soccorsi.
I sanitari sono arrivati tempestivamente e voglio dirlo con chiarezza: Hanno prestato i primi soccorsi con professionalità e umanità. Il problema non sono loro. Il problema è il sistema che li costringe a lavorare in condizioni disumane.
Quelle parole, pronunciate con un realismo disarmante dal medico del 118, racchiudono tutta la drammaticità della sanità pubblica di oggi. Non stava rifiutando il suo dovere.
Stava fotografando una realtà vergognosa: portare mio fratello in ospedale avrebbe significato condannarlo a giorni su una barella in un Pronto Soccorso sovraffollato, una situazione che nelle sue condizioni non avrebbe retto.
Chiunque abbia una minima conoscenza medica sa che in caso di ictus ischemico il fattore tempo è tutto. Ogni minuto conta.
Ogni ora persa può fare la differenza tra la vita e la morte. Mio fratello è stato stabilizzato in casa, ma aveva bisogno di cure specifiche che solo una struttura ospedaliera può garantire.
Eppure, il Pronto Soccorso della sua città, il "Rummo" di Benevento, non rappresentava nemmeno un'opzione praticabile.
Così abbiamo deciso di portarlo in una clinica privata, perché necessitava di cure e assistenza che a casa non potevano essere garantite.
Quando però la situazione si è aggravata, è stato trasferito d'urgenza al "Cardarelli" di Campobasso, struttura da sempre considerata un'eccellenza.
Ma anche lì la speranza si è infranta contro il muro di un sistema al collasso.
Mio fratello è stato letteralmente "parcheggiato" in Pronto Soccorso.
Un luogo che posso solo definire un girone infernale: Barelle ovunque, paraventi improvvisati, sovraffollamento estremo. Non per incuria dei sanitari, sia chiaro.
Medici e infermieri facevano quello che potevano in condizioni proibitive, lavorando senza sosta, senza mezzi, senza spazi, senza personale sufficiente.
Mio fratello aveva bisogno di cure urgenti e specifiche, forse della terapia intensiva. Invece è rimasto lì.
Due giorni su una barella scomoda, dietro un separé, assistito in maniera precaria non per mancanza di volontà, ma per impossibilità strutturale del sistema.
Dopo due giorni è morto.
Così. Senza dignità. Senza le cure che avrebbe meritato.
Il dolore è devastante. Ma alla sofferenza si aggiunge la rabbia. Perché tutto questo non è giusto. Perché non dovrebbe accadere in un Paese che si definisce civile.
Questo non è un caso isolato.
E' il sintomo di un sistema che sta cedendo. Se un medico del 118 arriva a sconsigliare il ricovero in un Pronto Soccorso cittadino, significa che siamo oltre la soglia dell’emergenza.
L’Azienda Ospedaliera "San Pio" di Benevento è finita più volte al centro delle cronache per le criticità del Pronto Soccorso. Il sindaco ha più volte chiesto chiarimenti alla direzione generale.
Le risposte? Nessuna.
In questo contesto surreale, persino i primari hanno sentito la necessità di intervenire in conferenza stampa per difendere il lavoro svolto nei reparti, segno evidente di un clima di forte tensione. Una difesa che stride con la realtà vissuta quotidianamente da pazienti e familiari.
E poi arriva l'aspetto più grottesco, i premi economici per "gli obiettivi raggiunti".
Quali obiettivi? Un Pronto Soccorso che i medici del 118 sconsigliano? Pazienti lasciati per giorni su barelle? Servizi mancanti? Reparti fondamentali inesistenti?
L'Azienda ha appena annunciato un rilancio dell’ospedale: Nuovo Pronto Soccorso, aumento dei posti letto, apertura del reparto di Neurologia con Stroke Unit, medicina nucleare.
Tutto giusto. Tutto necessario. Ma la domanda è una sola: E nel frattempo?
Quante altre persone dovranno morire su una barella? Quante famiglie dovranno sentirsi dire che è meglio tenere un malato grave a casa piuttosto che portarlo in ospedale?
E' fondamentale ribadirlo: Questa non è una guerra contro i medici. Io ho il massimo rispetto per chi lavora nei Pronto Soccorso e nei reparti ospedalieri.
Sono i primi a essere vittime di questo disastro: turni massacranti, carenza cronica di personale, mancanza di risorse, strutture inadeguate.
Ogni giorno compiono miracoli con mezzi insufficienti.
Tornano a casa distrutti dalla fatica e dall'impotenza di non poter fare di più".
La rabbia e l’indignazione sono rivolte a chi gestisce, a chi decide, a chi pianifica male, a chi riceve premi mentre i cittadini muoiono su barelle di emergenza.
Oggi resta il dolore per mio fratello. Una persona fragile, che aveva diritto a cure dignitose. Resta la rabbia per un sistema che ha fallito: Dall’impossibilità di ricoverarlo nella sua città, all’odissea in un altro ospedale considerato eccellenza.
Resta l’assurdità di tutto questo: L’assurdità di un medico che sconsiglia il ricovero, l’assurdità di un sistema che abbandona i più deboli, l’assurdità di premi a chi amministra il fallimento.
La sanità è un diritto costituzionale. Non è un privilegio. Non è una lotteria. Non dovrebbe essere una questione di fortuna sopravvivere a un evento ischemico.
Benevento, il Sannio, i cittadini meritano di più. Meritano verità. Meritano responsabilità. Meritano un ospedale che funzioni. Oggi. Non nel futuro.
comunicato n.175535
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