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Benevento, 04-07-2013 20:39 ____
Affascina l'ipotesi di Giovanni De Noia che attribuisce non ad uno ma a tre artisti la realizzazione della Porta di Bronzo del Duomo di Benevento
L'amante della storia locale nel presentare il suo libro annuncia anche che il Museo del Sannio conserva un'opera funeraria di Donatello, senza saperlo...
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Furono tre, e non uno solo, gli artisti autori delle Porte di bronzo del Duomo di Benevento.
E non si tratta di autore ignoto; i nomi invece dei protagonisti di quell'opera d'arte sono ben noti.
E' quanto ha sostenuto Giovanni De Noia che ha presentato, questa sera, al Museo del Sannio il libro che ha dedicato a questo argomento con il titolo: "I veri autori. La storia della Janua Maior" (Midea Edizioni).
Le imponenti Porte in bronzo ("Janua maior") del Duomo di Benevento, costituenti una delle più straordinarie ed affascinanti opere d'arte che la città capoluogo del Sannio possa vantare, tanto è vero che, secondo l'illustre studioso Adolfo Venturi, esse costituiscono "il maggior poema sacro dell'età romanica del Mezzogiorno d’Italia", hanno trovato finalmente la firma, o meglio le firme, che mancano su quella facciata.
La critica artistica e storica nel corso dei secoli non ha mai individuato, con assoluta e condivisa certezza, l'autore o gli autori di quest'opera risalente al secolo XII, ma Giovanni De Noia, fotografo, pittore e amante delle cose del Sannio, a seguito delle ricerche condotte, ha affermato di aver svelato il mistero.
Non di un solo autore si tratterebbe per la "Janua Maior", ma di tre diversi artisti, tra i più grandi di quel secolo che si cimentarono nell'impresa: Oderisio da Benevento, Bonanno Pisano e Barisano da Trani.
Questi i nomi individuati da De Noia sulla scorta della fama degli stessi, delle simili opere che essi realizzarono in altre città e da altri elementi identificativi del tratto artistico.
Secondo De Noia, uno dei problemi relativi alla individuazione dell'autore o degli autori dello splendido bronzo sta nel fatto che la Janua Malor non fu firmata come, invece, accaduto per altre opere dello stesso tenore e con la medesima funzione: ma, a suo giudizio, questa straordinaria mancanza della firma è dovuta al fatto che, contrariamente a quanto comunemente si è pensato e si pensi, la Janua Maior non fu opera di un solo autore.
Se così non fosse stato, ha sostenuto De Noia, così come accaduto per le altre Porte in altre città (Troia, Monreale, eccetera) avremmo forse conosciuto anche l'artista protagonista.
Ha aggiunto De Noia: tre furono gli autori e con stili diversi, perché la Janua Maior beneventana fu realizzata in tempi diversi.
Partendo dall'inizio dei lavori (1157), della interruzione presumibilmente intorno al 1160 e ripresa dei lavori (1189), e dalla loro conclusione (1192-93) passò tanto di quel tempo che un solo artista non avrebbe potuto verosimilmente realizzarla: e questo De Noia lo deduce anche da molti elementi.
Ad  esempio egli ha individuato come precipui ed inconfondibili i tratti dei caratteri delle lettere impresse nel bronzo ad indicare le autorità religiose che sono raffigurate nelle formelle.
La Janua Maior è composta da 72 formelle cioè Sezioni disposte per 8 (4 per ogni anta) su 9 file.
Le prime due file sono di Oderisio; le successive ventotto sono attribuite da De Noia a Bonanno Pisano (anche se due di queste ventotto furono sostituite da un autore anonimo), le altre ventinove a Barisano da Trani.
Questa la tesi di De Noia esposta davanti ad un pubblico attento e numeroso richiamato dalla notorietà del personaggio sul palco dell'auditorium del Museo del Sannio e dalla bellezza eccezionale della Janua Maior, recentemente restaurate e ricollocate all'interno del Duomo.
De Noia ha espresso la sua dispiacenza per il fatto che lui giudica "assurdo" cioé che dopo quasi nove secoli, non si sia ancora riusciti a scoprire chi fossero i veri autori della Janua Major.
De Noia ha spiegato di avere una tesi estrema e cioé che la spiegazione non si può attribuire alla mancanza di documenti, ma al fatto che purtroppo "l'arte interessava e interessa solo una minoranza".
Comunque sia, a parere di De Noia, le prime Porte di bronzo in Italia provenivano tutte da Bisanzio, inviate dal ricco mercante d'Amalfi Pantaleone di Mauro, sebbene non sia oggi rimasta traccia nella terra di origine.
La prima Porta di bronzo in Italia, ha scritto De Noia, "fu eseguita a Canosa da Rogerius da Melfi nel 1111 con l’aiuto del cugino Ruggiero, (negli stessi anni era stata realizzata la Porta della Basilica di Sant'Ambrogio a Milano). Seguì a solo otto anni di distanza dalla Porta di Canosa, la realizzazione della Porta Principale del Duomo di Troia (Foggia) 1119 dell'Oderisio che per l’ottimo lavoro eseguito, i committenti pugliesi dimostrarono d'essere abbastanza esperti d'arte, perché di lì a poco gli commissionarono anche la Porta laterale del Duomo, terminata poi come tutti sappiamo nel 1127, (evidentemente tutto questo avvenne di conseguenza dopo aver visto ed ammirata, la porta bronzea della chiesa di San Giovanni delle monache a Capua che il maestro beneventano aveva realizzato nel 1122 e che purtroppo non c’è più perché fu distrutta nel XVII secolo).
Ora andando oltre e osservando attentamente lo stile dei due scultori coevi, (senza alcun rilievo quella di Rogerio) quello che offriva più garanzie alla data dell'inizio della Janua Maior nel lontano 1157 era proprio Oderisio".
Sulla triplice paternità della Janua Maior, in verità, gli studiosi che si sono alternati a presentare il saggio di De Noia al pubblico, non si sono sbilanciati troppo, limitandosi ad esprimere compiacimento per lo sforzo compiuto da De Noia per meglio far conoscere un così straordinario esempio di arte medievale che la nostra città possiede, ma sempre aderire entusiasticamente alla tesi.
Infatti, dopo i saluti della dirigente del Settore Cultura della Provincia, Pierina Martinelli, che ha portato i saluti del commissario Aniello Cimitile, e la presentazione della Casa Editrice da parte di Anna Lauri, titolare dell'Azienda, ha preso la parola Rossella Del Prete, docente di Storia Finanziaria dell'Università del Sannio.
La studiosa, dopo aver affermato che, per colpa involontaria dell'Università, obbligata a rivolgersi solo alle grandi Case editrici, le piccole aziende locali versano in difficoltà, ha coniungato il verbo al condizionale nel commentare la posizione di De Noia. Secondo la Del Prete il saggio e la conclusione di De Noia "potrebbe essere d'aiuto per una interpretazione corretta sulla paternità della Janua Maior".
Del Prete ha auspicato dunque che si costituisse un gruppo di studio per un approfondimento interdisciplinare sulla questione.
La docente, tuttavia, ha espresso il suo vivo compiacimento per il lavoro di De Noia, per la passione civile che lo anima e perla intelligenza locale che con questo lavorio si esalta, mentre a Benevento più che altrove si pratica il "nemo propheta in patria". Secondo la docente, comunque, l'analisi iconografica sulle Porte di De Noia invita a superare i compartimenti stagni degli studiosi accademici.
Del resto lo stesso De Noia ha dichiarato di aver avviato la sua indagine sulla Janua Maior, miracolsamente scampata ai bombardamenti alleati del 1943, una trentina di anni allorché permotivi professionali fotografò l'Opera.
La filologa Annalisa Izzo, dopo aver condotto un'analisi su alcuni elementi costitutivi dell'Opera, come i leoni raffigurati ai battenti per indurre il visitatore a considerare la "forza" dell'apparato ecclesiastico locale e di una Arcidiocesi come quella di Benevento che governava su ben 24 diocesi, ha dichiarato che il saggio di De Noia aiuta a ricostruire la verità sull'Opera d'arte e sul suo o i suoi autori.
Ammessa che la circostanza della mancanza della firma sull'opera sia significativa, la filologa ha detto che non le interessava tanto sapere chi fosse effettivamente l'autore della Janua Maior, quanto il contributo che De Noia ha voluto dare alla migliore conoscenza di una così straordinaria testimonianza d'arte.
Non bisogna essere indifferenti alla cultura, ha ammonito Izzo.
Il giornalista Giacomo De Antonellis, dopo aver contestato il fatto che un momento così straordinario come il Duomo, non abbia un sagrato, ha voluto sottolineare come il saggio di De Noia sia un "florilegio di cose sconosciute" e, in quanto tale, merita la lettura per andare a fondo sulla questione della paternità dell'Opera d'arte. A questo punto, ha concluso De Noia, il quale nel ribadire la sua tesi, ha voluto anche sostenere che il grande Donatello abbia di fatto attinto da 7 formelle della Janua Maior di Benevento gli elementi costitutivi che lui pose a base delle sue opere ancora conservate a Padova.
De Noia ha, quindi, affermato che il Museo del Sannio (senza saperlo) conserva un'opera funeraria dello stesso Donatello: Si tratterebbe della lastra tombale del vescovo Colonna.

Le foto sono di "Gazzetta di Benevento". Riproduzione vietata.

 

 

 

                                         

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